Il giorno

19 Apr

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Prima di uscire osò gettarsi un’occhiata furtiva allo specchio. “Come sono brutto”, pensò riandando con libidinoso dolore all’idea dei visini esigenti delle ragazze. “Brutto e debole, sì, ma non un coglione”, concluse, abbandonando lo specchio con disprezzo, chiudendosi la porta dietro superiormente e infine quasi piangendo di rabbia per le chiavi lasciate dentro. Quella sorta di interruzione di coscienza lo coglieva di sorpresa e spesso, e lo faceva arrabbiare con il padre, o meglio, faceva emergere un risentimento latente nei suoi confronti. La cosa non gli piaceva, non era bello nutrire risentimenti. Lui credeva nella volontà, la volontà poteva tutto, si diceva, ed era soltanto colpa sua se non riusciva a pagarsi i debiti. Tuttavia pregustava con inconfessata volutta’ il momento in cui sarebbe tornato dal padre, che senza fargli pesare nulla lo avrebbe riscattato. Provava piacere nel deluderlo, poiché sentiva che era questo ciò che si aspettava da lui, e per quanto cercasse di ribellarsi finiva sempre per accontentarlo.

Per le scale, il sentimento di stare seppure per linee storte adempiendo al suo dovere di figlio, esplose in un’intensa ondata di piacere. Accelerò il passo sentendosi felice di scivolare via da quel fresco corridoio di marmi verso il sole e lo splendido caos di colori, di odori e di energia animale che occupavano le strade al mattino. Tutta quella gente lo avrebbe visto e lui si sarebbe visto nei loro sguardi. ‘Chi mai sarà questo giovane signore così distinto? E’ leggermente fuori forma, ma comunque elegante’. Attraversò foreste di turisti ottusamente immobili con passo leggiadro e deciso da futuro grande uomo, come se lo aspettassero a palazzo. Adagiò con spudoratezza innocente lo sguardo torvo sui fianchi di una, le gambe di un’altra, pregustando il rituale di botta e risposta che lo attendeva al bar, che riempì con l’entusiasmo di un grasso al primo pasto sregolato dopo la dieta, e incoraggiato da un inarrestabile Milan, si rivolse al barista con un sorriso pieno di confidenza.

“Annamo bene… Ingegnere, cappuccio?”, gli disse questo.

“Cappuccio scuretto”.

“Annamo bene a figa?”.

“Cerco una figa che non c’è”.

“Non sarà mica una de quelle dubblefass?”.

“Se avesse le tette grosse, anche Carmelo, lì…”. Quello, sentendosi considerato fece un mezzo sorriso, ma poi schioccò le labbra per esprimere schifo.

“E-ppure te c’hai raggione…”, disse il barista scuotendo il testone bianco e lustro di sudore mentre spostava una pezza grigia da una spalla all’altra.

“Me lo dice sempre la mia mamma”.

Il barista con finta indignazione sbatte’ sul banco un tovagliolo di carta Illy Caffè ripiegato male, rimise la pezza sulla spalla opposta e disse, “Avvecele io ste possibilita’, Mila’, tie'”. Sul biglietto s’intravedeva il solito bacio rosa di cupido che era come un avvertimento mafioso. Il barista lo guardava con fierezza, come fosse stato un suo parente o amico maturo, sempre pronto a rallegrarsi dei successi del più giovane. Quella ottusa complicità lo infastidiva dato che gli sarebbe stato vicino soltanto se in grado di condividere il misto di disgusto e di sollievo che gli procurava la faccenda.

Pescò il Corriere tra i giornali e si sedette con la grazia di un elefante, felice di ripararsi in quel ventre di bar dalla pioggia e dal sole, dagli spacciatori e dalla cronica infestazione di questioni pratiche e di bollette da pagare che occupavano la sua coscienza di cristiano. Ignorando il computer su un angolo del tavolo, si preparò a leggere il giornale, attivita’ che svolse in poco più di due ore, distratto soltanto dalle sagome sovrapposte di donne intraviste al trotto verso chissà quali acquisti leggeri, tutte accese e in ghingheri. Si avvicinò un francese molto bello che doveva andarne assai fiero dato che indossava una maglietta con un primo piano di Alain Delon e la scritta Rogue, inglese per sciupafemmine. Questo gli chiese con marcatissimo accento dove fosse la toilette, e lui rispose garbatamente che no, guardi, qui niente toilette, a Roma si fa per strada.

Pagò tre euro e sessanta per dei cappuccini che non le valevano, si sa benissimo che a Roma non li sanno fare, e salutò distrattamente, nascondendo con impeccabile sarcasmo la disapprovazione per quei soldi spesi male e l’insolenza del francese, “Grazie, Africa'”.

“E il computer che fai, me lo regali?”.

“Ah, già, questo mi dimagrisce”.

“E te fa pure ‘n ber culo”, concluse il barista soddisfatto.

Si sentiva irresistibilmente gagliardo e nonostante fosse preoccupato all’idea che una femmina di aspetto anche solo vagamente passabile potesse notare la massa della sua pancia sotto la camicia troppo stretta, si diresse fischiettando verso il tempio di Ribera, detto il Papa, per un mezzogiorno di fuoco enogastronomico, intriso di aneddoti storici di vario taglio spifferati, declamati, raccontati, suonati, mimati, sudati e infine sputacchiati dal suddetto. Il serafico Ribera aveva una sensibilità tutta sua, e avvertiva spesso la necessità di organizzare eventi senza oggetto, cosìcché ogni pranzo, cena o caffé servivano da scusa per feste di entusiasmi insensati.

Il pranzo in questione, tenutosi in una stagione ancora quasi estiva, s’avviava con fegatelli e Raimbaut de Vaqueiras al grido di “bboni”, muggito qua e là dagli invitati romani, che i milanesi snobbavano con pacifica superiorita’ seppure, a sentire il Papa, alcuni tra quelli parlassero il provenzale, cosa che questi invece snobbavano con risentimento ben meno spirituale. Era presente anche un’ospite borgatara di cui il Papa andava matto senza osare dichiararsi. Lei lanciava occhiate divertite a tutti sfoggiando spesso una risata ruspante. Lui ad un tratto la raggiunse in cucina senza uno scopo definito e la colse intenta a scolarsi un bicchiere traboccante di vino rosso che si verso’ tutta ingolfata sulla scollatura limitandosi a sorridere con sguardo umile. “Non lo avete mai visto il vino dalle tue parti?”, disse scherzando, ma lei corse a rispondere al citofono e poi lo chiamò. La raggiunse allegramente e si preparava a stuzzicarla quando vide materializzarsi sulla porta il viso da Ava Gardner trasteverina dell’altra. Giudicando la cosa impossibilmente fastidiosa, reagi’ immaginando di essere un prezioso esemplare di maschio capitato in un territorio di gentil caccia, e non faticò a vedersi conteso dalle due femmine, accordando ora all’una ora all’altra il diritto di essere servito. Disgraziatamente la nuova arrivata mosse le labbra spezzando l’incantesimo, e la sublime sequenza pastorale riprese a scorrere in volgare con i suoi rumori di forchette nei piatti, tintinnare di bicchieri e muggiti umani.

“Eccotti”, disse lei e mentre lui cercava di rispondere gli stampò un bacio rabbioso sulle labbra, facendolo arrossire e ravvivando una sorta di convulsa attività muscolare al di sotto della cintola. “Ti hanno dato il biglietto?” e rivolgendosi agli invitati senza degnarsi di identificarne uno in particolare, “ciao, Papa”.

Lui trattenne il desiderio di umiliarla, limitandosi ad essere sgarbato. “Spero che non ti sarai portata Dino?”.

“Anch’io felice di vederti, come stai?”.

“Insomma. Tu? Stai bene così”.

“Insomma”.

Ribera dominava la conversazione, mentre la borgatara si guardava le caviglie abbronzate cullando un altro bicchiere di rosso nella mano sinistra, meno giuliva di prima nonostante fosse almeno il sesto da quando lui aveva preso a contarli. Il resto del pubblico si preparava a subire una delle dispute su alto e basso con cui il tirannico ospite sentiva di mettersi al passo con i tempi, o quanto meno di rendere tollerabile il tempo passato in mezzo “a sti stronzi di sinstra”.

“Come stai, davvero?”, disse lei.

“Senza un soldo”.

“Di cosa parlano?”.

“Non so”.

“Come non sai?”.

“Non stavo seguendo”.

“E quella lì, cosa dice lei?”, gli chiese inacidita, indicando l’ubriacona.

“Qualcosa mi dice che questo e’ soltanto l’incipit, scendiamo un attimo, dai”, e fece per prenderle un polso, ma poi, consapevole di essere osservato, le mise un braccio sulla spalla con delicatezza, aspirando l’odore di pulitio dei suoi capelli, che la poveretta doveva aver lavato e asciugato accuratamente per potersi presentare lì.

“Che fai, ti vergogni?”, disse lei senza troppa convinzione, sperando di sbagliarsi. Si staccò da lui e gli disse di aspettarla nell’androne. Andò in cucina, aprì una bottiglia tremando e temendo di essere sorpresa da qualcuno gluto’ mezzo litro abbondante, si asciugò la bocca senza pensarci e si accorse con disperazione di essersi imbrattata mento e polsini di rossetto.

Lui pensò con disgusto all’ubriachezza di lei, a lei che cadeva dalle scale con gli occhi affossati, luccicanti e vuoti, ai pianti e alle discussioni stupide. In ascensore, finalmente la guardò. Era ‘bona’ con quella sua mano lunga appoggiata su un fianco, e nonostante avesse sempre il timore che iniziasse a pubblicizzare il pesce fresco a squarciagola, doveva riconoscerle una grazia naturale che la rendeva davvero ‘bona’. Lei non lo guardava, contava i piani in discesa anticipando l’irreversibile chiarimento, e quando toccarono terra tremò come al risveglio da una fantasia, o per reazione condizionata da animale strapazzato. Osservando di sfuggita la pelle di lui cosi’ sana, il suo aspetto pulito e signorile che contrastava con la sua imbarazzante irruenza, un atteggiamento che lo scopriva e che non era virile, si rabbuiò, consapevole di non essere quella che pensava potesse piacergli. Lui la studiava con lucida stanchezza. Le prese una mano e la guardò con dolcezza. “Tu non devi dimostrare niente, sai?”.

“Non voglio”, disse lei senza riuscire a concludere mettendosi una mano sul cuore. Pensava a quanto le fosse estraneo quell’uomo e a quanto fosse stupido volerlo separare dall’uomo che invece lei credeva di vedere e che andava senz’altro ancora scoperto, che c’era e non c’era e per questo, c’era. Entrarono nel bar accanto all’albergo, era buio ma pulito. Dalla parte delle slot-machine, un vecchio dalla pelle scura come dipinta di un velo di terra giocava assorto, mentre due est europei intossicati lo osservavano guardinghi.

“Sediamoci, vieni. Stiamo così per un poco, senza parlare”, disse lui sperando di non suonare sarcastico. Si sentiva a disagio e quel disagio lo rendeva cattivo e gli faceva sentire il bisogno di non esserci, ma in quel momento lei era bella. La birra sembrò aiutarlo a confondere la debolezza con la complessità, questo gli piacque e gli diede la forza di attaccare.

Mentre ascoltava, gli occhi di lei si allargarono un poco, le labbra invece si serrarono leggermente e poi tutta la sua figura assunse un’aria contratta, come se si preparasse a subire una punizione. Quella sua rigidità istintiva l’avrebbe mandata in pezzi più facilmente, non vedeva?, pensò lui, ma ormai stava per concludere.

“Non riesco a sentirmi vicino a te, simile a te, legato in qualche modo vero a te. Tu sei qui, io sono la’. E poi”, abbassando la voce, “non riusciamo nemmeno a scopare”.

Lei lo fermò con aria superiormente saggia, le rughe che ancora non aveva sembrarono esserci da un pezzo. “Dimmi la verita’”.

“Cosa vuoi che ti dica? Vederci per cosa? E poi non ho nemmeno una casa”. Non le disse che si vergognava di averla inseguita, di essersi preoccupato di quello che avrebbe pensato di lui, di avere avuto paura di lei, vedendola cosi’ fuori dalla sua portata, fantasticando di mostrarla a tutti per poi capire che si era trattato soltanto più o meno di una bolla di sapone. All’idea che lei potesse prendere quel ‘più o meno’ per una dichiarazione indiretta d’amore, rabbrividì.

“Vorrei che tu mi raccontassi cosa ci facevi ieri sera al portone dell’albergo qui di fronte, ubriaco. Ti sei messo a urlare, il portiere è uscito a parlarti, poi ti sei seduto sul marciapiede, facevi paura. Io me ne sono andata perché non ho avuto il coraggio di continuare a guardare”.

“Tu sei pazza”.

“Non vuoi sapere come ho fatto a trovarti?”.

“No, e francamente non mi piace sapere che mi segui, cazzo sei, una stalker? Dai, non metterti in questa posizione, non è bello per te”.

Smisero di guardarsi e stettero in silenzio, poi lui appoggiò la testa al tavolo e finì per assopirsi. Quando si riebbe non la trovò, era sparita lasciandosi dietro borsa, giacca e chiavi. Si sentì fregato, ora gli sarebbe toccato accollarsi la sua roba per consegnargliela e di sicuro parlare ancora, pensò con disgusto e pagò apparentemente distratto, ma ben consapevole del sovraprezzo. Attraversò la strada, infilò il portone e fece i consueti pochi passi fino all’ascensore. Pigiava automaticamente il pulsante che le sue dita conoscevano a memoria, ma non era di fronte all’ascensore, che non c’era in quell’edificio. Uscì in strada pensando di essere entrato per sbaglio nel palazzo di fianco, ma il palazzo era quello giusto. Fece il numero del Papa, questo gli ripose che lo si attendeva in albergo, che venisse immediatamente e chiedesse della festa alla reception, ma senza fare nomi. Riattraversò la strada, s’informò con un ragazzetto cinese dai capelli tinti di arancione, “dov’è la festa?”. Alla porta trovò lei, che andandosene lo salutò come se non lo conoscesse, mentre l’amico gli veniva incontro. Non aveva più nulla con sé, né il computer, né gli oggetti di lei. Tentò di ricordare se ora le avesse visto una borsa sulla spalla, le donne hanno sempre una borsa, spesso grande.

“Eccoti un bicchiere” disse il Papa sghignazzando, “bevi, nun ce pensa’ e buttati tra le ragazze che ballano. Adoro le femmine italiane”.

“Un po’ anche tutte le altre, Papa… ma cosa succede? Come mai ti sei trasferito qui? E’ il tuo compleanno?”.

“E’ il tuo compleanno!” e strizzò significativamente un occhio atteggiando al contempo la bocca in un mezzo sorriso che voleva essere da mascalzone, ma che gli era talmente innaturale da farlo sembrare un Totò appena più simmetrico, “ne parleremo” fece con assurdo tono d’intesa, “mo’ aspetta, devo andare in cucina, mia madre sta facendo impazzire i cuochi”.

Mentre si gettava su una brutta poltrona gialla in stile classico, sentì un tintinnìo attuttito e un piccolo peso su un fianco, le sue chiavi di casa erano in tasca, erano state lì per tutto il giorno. Le prese tra le dita, ormai senza traccia d’incredulità e quando allargò le gambe e si guardò le scarpe, noto’ che non erano sue. Rialzandosi  per rabboccare il bicchiere ritrovò la borgatara appoggiata alla finestra, “ma chi è?” e gli venne in mente la scena di un film di fantascienza che non aveva capito, non ne ricordava il nome o la trama, gli restava soltanto la sensazione di averlo visto, un deja vu, e il fatto di comprendere quel concetto, di saperlo ancora associare al termine che lo esprimeva, il fatto che ci fosse una parola per dirlo, lo fece sentire molto bene. “Le parole sono importanti” sghignazzò tra sé soddisfatto, e lo sfioro’ l’idea di stare perdendo il senno, “meglio cosi'”, si senti’ dire anche se non muoveva le labbra, “ne ho bisogno”. Senza accorgersene sorrideva alla donna, che invece lo fissava statica e all’improvviso si alzo’, gridò “me butto” e inizio’ a spogliarsi. Lui non capiva se inaugurasse un’orgia o tentasse il suicidio in preda all’alcol. Con la sua bella faccia da Amanda Sandrelli, insepressiva in una scena in bianco e nero, poteva essere spietata o ingenua, o tutte e due insieme, e ancora arrabbiata, felice, leggera, profonda, gatta e mucca, ma lui non era attratto ne’ da lei ne’ dal concetto di lei, non desiderava conoscerla, non ne aveva bisogno. Si abbandonò per qualche istante al piacere di anticipare il meschino racconto che ne avrebbe fatto il giorno dopo al barista, il quale senza ascoltare avrebbe ripetuto a casaccio la sua frase prediletta, “hai detto bravo, hai detto”, ma poi tornò a guardare la donna dicendo addio per sempre a qualcosa, non sapeva bene cosa, e restò immobile, senza opporre alcuna resistenza.

Soul fools

14 Dec

‘There is one way, then, in which a man can be free from all anxiety about the fate of his soul; if in life he has abandoned bodily pleasures and adornments as foreing to his purpose and likely to do more harm than good, and has devoted himself to the pleasures of acquiring knowledge; and by so decking his soul not with a borrowed beauty but with its own – with self-control, and goodness, and courage, and liberality, and truth – has fitted himself to await his journey to the next world’. Sanzio_01

Contraddizione

16 Oct

“Freud si era una volta paragonato a Copernico e a Darwin come fustigatore del narcisismo umano. Copernico aveva inferto il primo colpo mostrando che la terra non è il centro dell’universo; Darwin il secondo affermando la nostra derivazione dai primati. Ma il passo più scabroso e decisivo, nel limitare le ambizioni narcisistiche dell’Io, fu quello di Freud che ha evidenziato come l’Io non sia «padrone nemmeno in casa propria ».

Eppure, puntando i riflettori sull’Io, a partire dall’uso della parola – che descrive un concetto freudiano, mentre prima l’Io era anima, spirito, personalita’, carattere, persona, figura,  – Freud ha dato un’importanza capitale all’identita’ individuale. E mentre le religioni perdevano la capacita’ di produrre senso, non restava che l’Io come entita’ ancora da scoprire, custode di mistero. O no?

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Il gemello

3 Aug

Squadrandole il culo, le fa notare questo:

– Cammini come un gay negro, tesoro.

Il raggiungimento della flaianita’

29 Jul

“Il lavoro possiamo dividerlo in due categorie. Alla prima assegneremo i lavoro che sono una continuazione dei doveri infantili, alla seconda quelli che sono una continuazione dei giuochi. Ossia: lavori che chiedono la stretta osservanza di un orario (e spesso l’immobilita’ del corpo), e lavori che si svolgono con o senza orario, ma sempre avventurosamente. Un vetturale, per esempio, un attore, un medico, un negoziante, un gendarme, un artista, un imperatore, , un ladro: tutti costoro lavorano obbedendo alle leggi di un gioco che sta al loro estro cambiare e abbellire. Un impiegato, invece, lavora perche’ deve; esegue un compito predisposto per lui da un’autorita’; ed e’ percio’ sotto la continua minaccia di sanzioni che gli ricordano le punizioni paterne e le bocciature scolastiche. Da qui, la tristezza dell’impiegato, la tristezza della letteratura che questy’essere ispira e i cattivi risultati della amministrazione pubblica, che voi tanto lamentate. Quindi, se sentite parlare di amministrazioni corrotte, di ministri corrompibili, ricordatevi che la corruzione e’ l’unico mezzo che i burocrati hanno per riportare il loro lavoro alla categoria preferita: alla categoria dei giochi”.

***

“L’infelicita’ che gli uomini comuni lamentano viene unicamente dall’errata convinzione di esistere per il raggiungimento della felicita’; o che la felicita’ esista perche’ gli abitanti di questa scadentissima parte dell’Universo che e’ la Terra possano raggiungerla. Tutto procede da questo malinteso iniziale, da questo primo capzioso sillogismo. Riteniamo la nostra esistenza cosi’ essenziale per l’Universo che siamo portati a darle uno scopo. Ora bisognerebbe prima dimostrare che anche l’Universo ha unos scopo. La verita’, che un bel giorno ci si rivela ma che ci affrettiamo a rifiutare, e’ che nemmeno l’Universo ha uno scopo. Se avesse uno scopo non sarebbe eterno, ne’ si farebbe credere tale”.

***

“(…) a Roma, di un uomo che crede in qualcosa, sia questo qualcosa l’arte, la vita, un mondo migliore, la religione stessa, sentirai dire che e’ un fanatico. Fanatico e’ colui che ha dubbi e idee particolari. Dicono appunto che dal fanatismo all’eresia c’e’ un passo”.

Tinderness

23 Jul

Il Tory:

Sei una persona semplice, hai soltanto bisogno di essere incoraggiata. Io, comunque, non ho bisogno di rispettarti intellettualmente per sposarti. E stai tranquilla che anche dopo due figli avrai ancora un gran bel sedere.

Il Liberal:

Sei strana. Cioe’? Sei strana: intelligente, folle… Perche’ non resti a dormire nella stanza degli ospiti? Lo sai che soffro di un terrificante complesso d’abbandono…

Il Labourista:

La pubblicita’ mi ha polverizzato l’apparato riproduttivo, vendo casa e vado in campagna a dipingere. Questo qui, vedi?, e’ un ritratto di Hirst che ho appena piazzato. Cinque mila.

Il muratore:

Lo sai che sei proprio buffa? Io ti porterei anche all’Ikea!

Il pischello:

Ti manco anch’io?

Il vecchio:

Sei veramente bella, di una bellezza molto particolare, bisogna capirla…

L’ex:

Mi sono chiuso fuori, posso passare a prendere la tua copia delle chiavi?

Il vicino straniero:

Buongiorno!, carissima vicina!

L’attore:

Non fosse per la meditazione, avrei gia’ mollato mia moglie e le bambine…

Will:

(linea disturbata) Vieni!

Question: what now?

29 Jun

This is the realm of the Shaman.
You have exhausted every alternative, spent yourself completely, taxed body and mind beyond your former limits.
Survival and salvation lie beyond your reach now.
Only transcendence to a new existence — a higher plane of being — will see you through.
The Old You is just a dry husk.
You can’t return to it.
Metamorphosis is the only grace offered.
You can only return to your homeland as a New You.